Abbiamo il piacere di ospitare sul sito Juwelcome.com il grande Ezio Maletto, noto giornalista di fede bianconera.

Ezio, quando è sbocciato l’amore per la “Vecchia Signora”?
Innanzi tutto, grazie per l’invito e un cordiale saluto alla Vs. redazione.
In verità non esiste un quando, giacché, se ci fosse, presupporrebbe l’esistenza di un “prima” di cui, invece, la mia memoria non ha traccia. Il mio amore per la Vieille Dame è un tratto genetico, un’impronta digitale dell’anima; caratteristiche naturali come l’appartenenza a un genere, il colore degli occhi e dei capelli, acquisite durante il concepimento grazie al contributo di un papà a sua volta juventino matricolato.

La Juventus in Italia si contraddistingue per tradizione, stile e storia. Ti senti parte di una “tua” Juventus in particolare?
Il mio rapporto con l’entità Juventus è osmotico, pertanto caratterizzato da una compenetrazione di valori e principi che comprendono anche quelli contenuti nella domanda. Tardo molta fatica a scegliere un’edizione bianconera particolare perché, tutte, vincenti o meno che siano state, si sono coniugate armoniosamente con le stagioni del mio vivere; ognuna si è poi svelata la colonna sonora più adatta ai vari momenti. Dovendo proprio citarne una, opto per la versione di Madama che nella stagione 1970-’71, agli ordini del compianto A. Picchi, pose le basi di un lunghissimo ciclo vittorioso.

Se fosse ancora vivo l’avvocato Agnelli, secondo te, sarebbe soddisfatto dell’operato della società attuale?
Quesito apparentemente intrigante, ma tuttavia, con tutto il dovuto rispetto, viziato nel postulato. Se l’ultimo, autentico Re d’Italia fosse ancora un contemporaneo, la Società attuale sarebbe probabilmente diversa; né migliore né peggiore; semplicemente differente perché modulata sulla scorta di un continuum non alterato dall’ordalia giustizialista deflagrata nel 2006, che mi pregio sintetizzare con il termine “Porcopoli”.

La scia polemica per ogni partita della Juventus da quando abbiamo giocato contro l’Inter più di un mese fa, non sembra placarsi. Ezio,cosa ne pensi?
Nulla di nuovo sotto il sole. Questo è il momento stagionale in cui si raggiunge l’epitome di un processo temporale avviatosi nell’agosto precedente, mese in cui si spargono fiducia, aspettative e sogni di gloria, indipendentemente dalla loro effettiva fondatezza, a beneficio di quell’ampia porzione di sostenitori (la maggioranza) sprovvista dei più elementari strumenti di decodificazione della realtà manifesta e incline a subire passivamente il tam tam della grancassa mediatica. In ultima istanza, questa parte è il vero referente al quale giustificare un’annata agonistica fallimentare, la cui ombra, in marzo, si profila inquietante e in alcuni casi già molto netta. Diventa perciò molto comodo, facile e consolatorio, distrarre l’attenzione dalle responsabilità e inadeguatezze degli attori principali per dirottarle verso il potente di turno, nel caso di specie la Juventus, addebitandole, pur nella totale insussistenza di riscontri oggettivi, l’orditura di complotti, trame, malefici e quant’altro volto a sovvertire od ostacolare l’affermazione di meriti altrui, tra l’altro inesistenti. È una distorsione purtroppo drammaticamente mutuata dal contesto più esteso della società “civile”, ormai invasa, quanto irreversibilmente non è dato sapere, dalle metastasi della delegittimazione di qualsivoglia modello vincente.

Perché secondo te, invece di prendere come esempio la Juventus, la si contesta? È un modo per distogliere l’attenzione dal “vero” problema che affligge il calcio italiano?
Perché viviamo in un Paese malato, ipocrita, imbibito d’ignoranza crassa, indifferente a ogni banalissimo precetto di cultura, anche sportiva, strenuamente avvinto alla difesa degli orticelli con ogni mezzo, anche illecito, nel quale le eccellenze disturbano le coscienze e devono essere abbattute o costrette a emigrare; esse turbano l’equilibrio generale di una mediocrità che si vorrebbe omologata e immutabile. Una barbarie, oggi più eclatante che mai, felicemente riassunta, già oltre mezzo secolo fa, dall’illuminante citazione di Enzo Ferrari: “In Italia ti perdonano tutto, tranne il successo”, che investe il club sabaudo con più virulenza di analoghe rappresentazioni di dominio esercitate da altri sodalizi in passato, perché la sua continuità storica nel primeggiare è ritenuta intollerabile.

Essere “antiJuventino” lo si è per “vocazione”?
Ritengo che nella vita essere “anti” qualcosa o qualcuno, anziché “per”, sia una forma di amore a rovescio e non credo, almeno in questo caso, sia una vocazione, bensì una scelta, a volte consapevole, altre meno, operata in ossequio di frustrazioni personali aventi altra natura o semplicemente per puntellare un’identità, viceversa traballante o addirittura inesistente, con il senso d’appartenenza a un “sentiment” collettivo ormai orfano di grandi ideali. Quanto a coloro per cui l’antiJuventinismo è assurto a professione, beh…, trattasi di una preferenza raramente genuina e sovente orientata verso traguardi di carattere speculativo da raggiungere imboccando la scorciatoia di un consenso spesso d’accatto.

L’anno scorso, di questi tempi, la Juventus venne eliminata dal Bayern. Molti addetti ai lavori dicono che, quest’anno, la squadra ha raggiunto la maturità e la consapevolezza giuste. Secondo te, è la volta buona?
Se il calcio fosse una scienza esatta, la risposta sarebbe un perentorio no. Però…, questo sport trae il suo fascino dall’imponderabilità che incombe su ogni confronto, quindi dal fatto che non sempre prevale la squadra teoricamente migliore e più forte; a maggior ragione in un torneo a eliminazione diretta ove le variabili da considerare sono tantissime e la loro distillazione nella magica pozione che allunga il cammino sino al gradino più alto del podio è deputata a elementi che talvolta trascendono la portata dei valori spendibili. Speriamo. Sarebbe bello, tempo e financo giusto, alla luce del debito karmico che la Uefa Champions League ha contratto con Ns. Signora.

Se Allegri a fine stagione lasciasse (come si vocifera da tempo) la Juventus, chi vedresti al suo posto?
I miei allenatori preferiti sono Pep Guardiola, che non è diventato un imbecille terminale come taluni vorrebbero indurre a credere solo perché, per la prima volta in carriera, è incorso, tramite il Manchester City, in un’inopinata quanto meritata eliminazione dall’unica Coppa che conta, Antonio Conte e Jurgen Klopp. Per varie ragioni nessuno di costoro è candidato alla prossima investitura. Indi per cui, in chiunque sarà il prescelto individuo aspetti che ne sconsiglierebbero l’assunzione. Alla bisogna, accoglierei con miglior favore il ritorno alla Casa Madre di Massimo Carrera.

Quanto pesa l’evidente superiorità di una struttura societaria come quella della Juventus, sulle “rivali”?
Parecchio. Trattasi di una superiorità non artefatta, maturata a seguito di una programmazione certosina, in costante divenire, edificata sull’osservanza di un dogma ineludibile, la sostenibilità economica e sulla scorta di una visione imprenditoriale il cui orizzonte travalica di gran lunga il presente dell’emanazione sportiva oggetto del nostro amore. Come accade per ogni progetto molto ambizioso, sono intervenute varianti in corso d’opera e sono stati commessi errori che le risultanze economiche e sportive, migliori e anticipate, rispetto alla attese preventive, hanno permesso di ammortizzare senza scompensi. Ovviamente questo processo è stato agevolato da un background che nessun altro competitor italico è in grado anche solo d’immaginare.

È un dato di fatto: il distacco fra la Juventus e il resto della serie A sembra abissale, come strutture, come investimenti sul futuro e come organizzazione. La Juve è vent’anni avanti. Si riuscirà mai secondo te, a quantomeno ridurre questo “gap”?
Il contesto economico, sociale e politico italiano è costruito ad arte per scoraggiare chiunque osi investire sulle idee e sull’innovazione, anche in presenza di copiose risorse finanziarie. All’uopo, credo che il circolo virtuoso innescato dalla Juventus sia, allo stato dell’arte, difficilmente arginabile senza radicali riforme strutturali del sistema calcio e un profluvio sconsiderato di denaro speso in modo estremamente mirato da proprietà organizzate, competenti e non pervase dall’ossessiva compulsione di ottenere tutto il più in fretta possibile. La rendita di posizione di cui gode una Göeba mica ferma ad aspettare i progressi altrui ha scavato un solco e tracciato una linea destinata a proiettarla in caroselli decisamente più elitari, competitivi e allenanti del torneo peninsulare. Il calcio, come conosciuto oggi, è destinato a cambiare profondamente. Fatevi trovare pronti!

È stato un piacere averti fra noi Ezio. Tutto lo staff e i lettori di JuWelcome.com ti sono grati per il tempo che amichevolmente ci hai concesso. Alla prossima.

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