“Il momento più bello non è quando hai vinto e tutti ti abbracciano. Il momento più bello è la mattina della gara quando ti svegli e te la fai sotto. Quella sensazione di aver fatto tutto il possibile e di essere pronto, è una sensazione che chi gioca sporco non potrà mai provare.” (Lewis Hamilton)

Voglio undici belve in campo, non c’è scusa che regga.

Domenica voglio assistere al massacro (sportivo) di quella accozzaglia a strisce verticali nere e azzurre che è da sempre sinonimo di ilarità e rabbia da parte di noi giusti.

Ilarità scatenata dalla perfetta inutilità esistenziale di questa irrealtà, che nella storia è riuscita a vincere soltanto quando è pure riuscito il loro piano di sabotaggio meschino, aiutati da una concezione della giustizia sportiva e civile nemmeno paragonabile alle peggiori repubbliche delle banane.

Rabbia proprio perché la stessa irrealtà ha sempre goduto di una incredibile immunità ai loro misfatti pari soltanto alla meschina complicità delle istituzioni che, da tempo immemore, doveva vegliare e difendere la legalità e che invece si è resa spudorata complice ed ha permesso a questi innominabili di compiere il peggiore e più odioso reato che il mondo del calcio mondiale ricordi.

Domenica voglio undici belve in campo, non c’è scusa che regga.

“Dalla notte che mi avvolge, nera come la fossa dell’inferno, rendo grazie a qualunque Dio ci sia per la mia anima invincibile.

La morsa feroce degli eventi non m’ha tratto smorfia o grido.

Sferzata a sangue dalla sorte non s’è piegata la mia testa.

Di là da questo luogo d’ira e di lacrime, si staglia solo l’orrore della fine, ma in faccia agli anni che minacciano sono e sarò sempre imperturbato.

Non importa quanto angusta sia la porta, quanto impietosa la sentenza, sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima.” (C.Eastwood)

Facciamogliela vedere, ragazzi.

Senza nessuna pietà
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